PETTEGOLEZZI by Browserfast
Summary: .
Categories: Etero Characters: None
Genres: Racconto
Warnings: None
Challenges:
Series: None
Chapters: 4 Completed: No Word count: 14606 Read: 19998 Published: 04/08/2017 Updated: 13/01/2018

1. The Debbie files by Browserfast

2. Giovanna per fossi by Browserfast

3. L'amico timido by Browserfast

4. Il piccolo tradimento di Roberta by Browserfast

The Debbie files by Browserfast
Author's Notes:
Deb scrive bellissimi racconti su questo sito ed è molto più che coautrice di questa storia. Senza di lei "The Debbie files" non ci sarebbe stato
The Debbie files

Quando Stacey mi chiama nel suo ufficio capisco che c’è qualcosa che non va. Potete dire tutto di me, in molti casi ci azzecchereste pure. Ma non che sia stupida o priva di intuito. Stacey è la personnel manager dell’azienda in cui lavoro, una software house che cinque anni fa era una start up e adesso è un gigante. Potenza dell’aliquota del 12,5% per le imprese che hanno qui, in Irlanda. Mi hanno assunta otto mesi fa, subito dopo il master a Milano.

Se non fossero rogne me ne avrebbe parlato a pranzo, come ogni tanto fa. C’è molta empatia tra me e Stacey, che ha solo 29 anni, tre più di me. Soprattutto da quando una sera ci siamo leccate la figa a casa mia. Ma quando si tratta di lavoro non le dovete rompere il cazzo. Come a me, del resto.

E, del resto, già lo immagino di cosa si tratta.

- Siediti, Debbie – mi dice mentre ho già appoggiato il sedere sulla poltroncina di fronte alla sua scrivania, chiedendomi se riuscirò mai ad abituarmi al suo strascicato accento da Dubliner: hawahya?

- Dimmi tutto – le faccio cercando di dissimulare una certa inquietudine.

Lei mi osserva da sopra i suoi occhiali da lettura e si sporge leggermente verso di me, con i gomiti sulla scrivania.

- Ho trovato una soluzione che credo non ti dispiacerà, anche se dovrai lasciare l’azienda. E questo lo sai che invece dispiace molto a me. Continueremo a pagare il tuo appartamento per un anno, però.

Me lo aspettavo, ma è comunque un colpo. Mi fido quando dice che ha trovato una soluzione, ma non è questo il punto. Almeno per ora.

- E’ necessario? – chiedo, ma già so che non c’è più nulla da fare. E’ una decisione presa, e non l’ha presa lei.

- Purtroppo sì, prima che cominci a circolare la storia. Ci sono già quelle voci sul cliente italiano…

- Lo sai bene che non sono vere, Stacey, sono solo pettegolezzi del cazzo, te ne ho parlato in tempi non sospetti…

- Sì lo so, Debbie, lo so. Ma questo… questo è un casino…

Come faccio a dirle che ha torto? Proprio a lei, poi. Una cosa sono le maldicenze un’altra ciò che è realmente accaduto.

Riporto la mente a un mese fa. Già, un mese fa. Sembra passato meno tempo. Sarà che ci sono state le vacanze in mezzo.

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Esco dall’aerostazione alla ricerca del taxi che ho prenotato mentre cerco di ripararmi dal vento e dal freddo stringendomi nel mio cappotto. Sono di ritorno da Valencia, via Madrid, dove ho messo le basi per la conclusione di una vendita. Non è un grosso contratto ma se va in porto con l’anno nuovo potrò avere una squadretta di un paio di persone tutta mia. E probabilmente un aumento di stipendio. Il mio settore è il commerciale, sono junior account manager, sono brava e soddisfatta del mio lavoro.

Entro nel taxi e do l’indirizzo di casa mia. Di solito passerei in ufficio, prima. Ma stasera c’è la festa di Natale della mia azienda e voglio passare per casa e riposare un po’, prima di mettermi in tiro.

Mi lascio andare sul sedile, sono inquieta. Penso alla mano furtiva di un uomo che in aereo mi ha sfiorato la coscia. Avevo dei collant velati sotto un paio di shorts di pelle assai corti, e quando prima di sedermi mi sono tolta il cappotto ho messo in mostra le mie gambe lunghe e affusolate. Ho sentito la pressione di quella mano per un tempo decisamente troppo lungo perché fosse casuale. Lui non era nulla di che. Io però ero già accesa, questo era il fatto. Ieri sera avevo combinato con un tipo su Tinder, lo faccio ogni tanto quando sono all’estero. All’ultimo però mi ha dato buca, quasi senza spiegazioni. Me ne sono rimasta in albergo. Mi sono masturbata leggendo un racconto erotico che parlava di una ragazzina che adora il cazzo ma vuole rimanere vergine e così affina la nobile arte del pompino. Mi ha fatto pensare alle mie prime esperienze e più leggevo il racconto più mi veniva voglia di succhiare un uccello. Sono venuta tre volte ma alla fine il desiderio mi è rimasto.

Stasera invece molto difficilmente combinerò qualcosa, penso mentre mi rialzo dalla mia vasca da bagno. Troppa gente con cui chiacchierare, scambiarsi gli auguri, parlare del nulla. Troppi occhi addosso, anche se a me avere gli occhi addosso e sedurre è sempre piaciuto.

Indosso un abito corto quel che basta perché non si veda la balza delle autoreggenti e dei tacchi molto alti. Esco a bere qualcosa con quelli della mia divisione un po' prima della festa, che è in un’area di quelle rigenerate e molto trendy, dentro una specie di centro congressi allestito per l’occasione a due passi dalla nostra sede. Arriviamo che mi sono fatta un margarita double e sono già abbastanza allegra.

La cena è in realtà un maxi-buffet in piedi, birra, finger food e i soliti discorsi motivazionali del cazzo. Alcol e giochi stupidi in sequenza, un po' di musica e di ballo. Io sono sola, ma molti altri sono qui con fidanzati e fidanzate, qualcuno con i figli.
Dopo un paio d'ore mi isolo un po’, facendo finta di cercare qualcosa da bere e da mangiucchiare. In realtà voglio riprendermi un attimo da tutto quel vociare, quei saluti, quelle chiacchiere. Forse è la stanchezza, non lo so, ma mi è anche passata la voglia di scopare.

Di restare da sola però non se ne parla, perché proprio in quel momento si avvicina il responsabile della divisione commerciale, Matthew, un uomo a dire il vero molto bello sui 30-35 anni, elegante. Quello cioè che in teoria è il mio capo. Dico in teoria non perché non lo sia effettivamente, ma perché è troppo in alto per me e, a parte un paio di sigarette fumate in pausa non abbiamo mai scambiato altro che i saluti. Per capirci: non rendo conto a lui, rendo conto a chi sta molto sotto di lui.

- Debora, ricordo bene?

Ricorda bene, ne sono quasi stupita e lusingata.

- Sì Matt, sono Debora – rispondo con un po’ di imbarazzo.

- Ho sentito parlare di te.

- Ah… spero bene… - il cuore mi batte a mille. Conosco le voci che circolano su di me, sono false. Ma sapete come si dice: “sparlate, sparlate, qualcosa resterà”. E io non posso farci nulla.

- Molto bene - risponde con la faccia di uno che fa Cassazione – e comunque ci sono i risultati che parlano per te.

Ho un rilascio di adrenalina che me lo farebbe baciare. Nonostante il caldo del locale il mio vestito mi sembra improvvisamente troppo corto e troppo leggero, mi prende un brivido. Ma è solo la paura che si allontana.

- Senti Debora, scusa se ne approfitto qui, ma domani e dopo sarò molto impegnato e poi ci saranno le vacanze di Natale, immagino che anche tu tornerai dai tuoi, no?

- Beh, sì, io fra tre giorni parto – gli dico senza capire dove vuole arrivare.

- Dovrei parlarti in privato, ti dispiace se usciamo un attimo a fumarci una sigaretta?

- Ma certamente, figurati… solo che, ecco… fuori si gela, io…

Sono completamente in bambola: il capo, anzi il Capo, che mi vuole parlare… So che per me è in arrivo qualcosa di grosso, ma una comunicazione così, in mezzo a tutti i colleghi, durante la festa di Natale… insomma non me l’aspettavo proprio.

- Certo, hai ragione. Guarda, andiamo lì un attimo.

Mi indica una stanza oltre una parete di vetro, che introduce a un’altra stanza sempre visibile attraverso un’altra parete di vetro, dove ci sono dei divani e delle poltrone stile Chesterfield. Penso che ci sistemeremo lì ma non è così. Ci fermiamo nella stanza di mezzo e lui apre le due finestre. L’aria gelida fa irruzione ma non oso protestare. Comincio praticamente subito a tremare dal freddo.

Matt non se ne cura e tira fuori dalla tasca un pacchetto di Camel, quelle gialle, me ne offre una. Non sono abituata a fumare così forte ma accetto.

Facciamo a chi è più bravo a indirizzare il fumo fuori dalle finestre e parliamo per qualche minuto del più e del meno. E’ lui che fa domande, chiedendomi di dove sono, dove ho studiato, della mia famiglia…

Io ho sempre più freddo e comincio a innervosirmi. In più il tabacco è troppo forte, mi fa girare un po’ la testa. Anche perché, più che aspirarla, la sigaretta praticamente me la mangio. Lui invece è molto più flemmatico di me, sembra quasi che ci goda nel vedermi rabbrividire dal freddo.

Quando finisce la sigaretta getta il mozzicone fuori dalla finestra e mi fa cenno di seguirlo nel salottino. Mi fa accomodare su una delle poltrone, lui si siede sul divano. Non è una situazione equivoca, siamo in piena luce e chiunque può vederci parlare tranquillamente. Il solo dubbio che ho è che il mio vestito si sia sollevato un po’ troppo, fino a scoprire l’orlo delle mie autoreggenti. Mi impongo di non guardare. Lo fisso negli occhi.

- Volevo dirti – esordisce lui – che visti i risultati con il nuovo anno ti saranno assegnati due stagisti... o stagiste, non lo so. E avrai un aumento di stipendio. Ho già firmato l’ordine di servizio, domani ce l’avrai sul tavolo.

Resto senza parole. Voglio dire, me lo attendevo, ma saperlo dal capo in persona fa un altro effetto.

- Oltre a questo, anzi indipendentemente da questo, come ti dicevo ho sentito parlare molto bene di te – aggiunge.

Stacey, immagino. Credo proprio sia stata Stacey. Un motivo in più per invitarla a casa al ritorno dalle vacanze. Oltre alla voglia di leccarle un’altra volta la figa, intendo.

- Grazie – replico – e da chi?

- Dal cliente italiano.

Resto un attimo di sasso, perché le parole “cliente italiano” si accompagnano a quelle false voci che circolano su di me in azienda.

Essendo italiana, ero stata mandata un mese e mezzo prima a Torino per finalizzare un importante progetto. Avevo risolto tutto in mezza giornata, alle sei del pomeriggio avevamo già raggiunto l’accordo e siglato il precontratto. Era fatta. Ero uscita la sera per festeggiare con un avvocato dello studio cui ci appoggiavamo e altre due persone.

In quel locale avevo incontrato il figlio del proprietario dell’azienda torinese. Ero raggiante, forse un po’ brilla. Abbiamo bevuto ancora qualcosa e poi siamo andati in un altro locale a ballare un po’. Era abbastanza figo, non particolarmente intelligente ma non era l’intelligenza che cercavo. In breve, mi ero ritrovata a limonare abbastanza pesantemente con lui su un divanetto. Mi aveva detto “vieni” e mi aveva praticamente trascinata alla sua macchina non dandomi nemmeno il tempo di salutare gli altri. Lungo il tragitto si era fermato brevemente in un ristorante dicendomi di aspettare in auto. Capii poco dopo che era passato a prendere le chiavi di un appartamento. La casa dove mi portò non era sicuramente la sua. Mi ha montata per tre ore, praticamente senza soluzione di continuità. Era un toro. E io quando voglio so bene come fare la vacca. La sola idea di essere fottuta in uno scannatoio come una puttana qualsiasi mi aveva mandato in tilt, avrei accettato qualunque cosa. Peccato solo che fosse grezzo e senza molta fantasia, a parte l’idea di farmi bere la sua sborra direttamente dal preservativo.

Ero tornata in albergo distrutta ma pensavo che nessuno si sarebbe fatto idee strane. Non così strane, almeno. Invece poco tempo dopo Stacey mi informò che qualcuno aveva diffuso la voce che per concludere il contratto con il cliente italiano non solo l’avevo data a lui ma anche al figlio. La cosa mi fece infuriare perché, come vi ho detto prima, sulla correttezza e qualità del mio lavoro non mi dovete rompere il cazzo. Poiché sono alta, bella e bionda a nessuno passa per la testa che possa essere anche brava. Devo per forza essere troia. Nessuno prende poi minimamente in considerazione il fatto che io possa essere allo stesso tempo figa, troia e brava. Che è ciò che in realtà sono.

Per fortuna avevo raccontato subito a Stacey, per filo e per segno, come era andata la mia due giorni piemontese, beccandomi tra l’altro un divertito “troia” da lei. Almeno c’era qualcuno che sapeva come erano andate le cose e che stava dalla mia parte. Stacey mi disse che mi avrebbe tutelata, e penso che lo abbia fatto, anche se mi raccomandò di essere più prudente in futuro.

E’ per questo che adesso, di fronte al capo, non so bene cosa pensare.

- E quindi? - replico con voce incerta.

- Questo trattamento lo riservi solo agli italiani, o sei troia così con tutti?

Resto fulminata. Provo a parlare, ma più che altro balbetto.

- Matt, so le voci che girano ma sono… Il contratto era già firmato.

- Non sto parlando di lavoro – replica lui, imperturbabile, il suo sguardo mi entra direttamente nel cervello – so come sono andate le cose. Voglio sapere se sei sempre così troia con tutti, e basta.

Un capo che mi chiamasse troia passerebbe i guai. Ma Matt in questo momento non è più un capo. L’ha detto lui, no? “Non sto parlando di lavoro”. E’ un uomo. Bello, deciso, con un legame forte visto che a quanto ne so in primavera si sposerà. E’ un uomo che stasera però vuole me. Su questo non posso avere nessun dubbio. Per come mi guarda e per come mi parla. Mi vuole sapendo che mi avrà, su questo non può avere nessun dubbio neanche lui. Ha capito la mia natura, mi ha già fatto sua. È uno di quegli uomini che prima di ogni altra cosa ti scopano la tua mente e la tua volontà, e con un cazzo bello grosso.

Prendo tempo prima di rispondere, ho uno spasmo alla figa che mi fa quasi male, stringo i muscoli istintivamente, un forte calore si diffonde per tutto il ventre. Vengo investita dalla stessa voglia che provavo ieri sera e da quella che ho provato stamattina, ma moltiplicate per mille.

- Posso anche essere peggio – replico accavallando le gambe e sporgendomi impercettibilmente verso di lui.

- Tra un quarto d’ora – fa lui – esci sulla Drury e gira per Castle market, dalla parte del ristorante francese.

E’ il percorso per l’ingresso della nostra sede, quello sul retro. Lo conosco benissimo.

- Entra dal passaggio pedonale del garage e sali nella stanza delle riunioni.

- Il garage è chiuso a quest’ora, non ce l’ho la chiave di quella porta – rispondo senza nemmeno rendermi conto di avergli in questo modo appena detto sì.

- Sarà aperta.

Detto questo si alza e si allontana lasciandomi lì. E’ il quarto d’ora più lungo della mia vita, credo. Siamo solo io, le mie mutandine fradice e le mie gambe che non posso fare a meno di tenere strette strette.

Qualche minuto dopo mi arriva un messaggio sullo smartphone, il ding mi fa sussultare. E’ un numero che non conosco, non ho in rubrica, ma sono sicura che sia suo. Uno come lui non ha nessuna difficoltà a trovarmi.

“Tieni più aperte le gambe, troia”.

Eseguo.

Quando arriva il momento sgattaiolo fuori dal locale Nonostante il cappotto tremo. Per il freddo e non solo, ho difficoltà a accendermi una sigaretta. Seguo le sue indicazioni e dieci metri prima della vetrina del ristorante francese mi coglie un’idea folle. Mi metto al riparo tra due Suv in sosta e mi sfilo le mutandine. Scivolano in terra e vorrei piegarmi per raccoglierle ma sento dei passi che si avvicinano rapidamente, le scalcio sotto una delle due macchine. Peccato, mi piaceva tanto quel perizoma. Vorrei proprio che qualcuno lo trovasse e lo annusasse, eccitandosi al mio odore di zoccola.

La porta, come mi aveva detto Matt, è aperta. A quest’ora gli ascensori in questa zona sono bloccati. Salgo tre rampe di scale con il cuore in gola e la figa che mi sta colando come quella di una ragazzina.

Raggiungo la sala riunioni e lui mi aspetta lì, in penombra, vicino alla finestra. Le uniche luci sono quelle che filtrano dai vetri. Richiudo la porta lasciando cadere il cappotto a terra e mi avvicino a lui. Lui fa un passo verso di me e mi afferra, mi infila la lingua in bocca e comincia a palparmi il sedere, tirandomi verso di sé. Vorrei non avere messo il push-up, vorrei sentire le mie piccole tette e i miei capezzoli appuntiti contro i suoi pettorali, in questo momento.

Mi rendo conto, da un momento di esitazione della sua mano, dell’istante esatto in cui si accorge che non ho nulla sotto. Si stacca e mi fa fare mezzo passo indietro. Sto bollendo, ansimo, lui sembra imperturbabile.

- Per favore – lo supplico con un sussurro impalpabile – usami subito…

- Apri le gambe – dice fissandomi negli occhi.

Eseguo.

Lui piazza la mano in mezzo, se la infradicia di certo. Senza pensarci su mi infila due dita dentro, forse tre. Non so dire, sono troppo aperta e scivolosa.

Cedo, mi sfugge un gemito acuto e mi mordo il labbro. Devo avere uno sguardo osceno. Lo sguardo di una che ha mille desideri ma nessuna volontà. Solo quella che lui mi dia degli ordini.

- Zuppa e pronta, come una puttana di strada – mi sibila.

La parola “puttana” mi esplode nel cervello. Ho voglia di afferrargli il cazzo ma non oso allungare la mano verso il suo pacco. Mi tremano le gambe. La soluzione più logica mi appare quella di inginocchiarmi davanti a lui per prenderglielo in bocca. Ho un bisogno fisico di compiere un gesto di sottomissione. Ho un bisogno fisico di essere trattata come una troia.

- Sì, una puttana – sussurro piegando le ginocchia.

Quando sono quasi a metà, invece, Matt mi afferra per i capelli e mi tira su.

- Aaah – mi lamento mentre cerco di assecondare la sua stretta torcendo la testa. Ma nel mio lamento non c’è traccia di ribellione.

Si infila una mano in tasca e prende una sigaretta, me la infila nella figa dalla parte del filtro, sento chiaramente il fastidio della carta sulle mie mucose gonfie e sensibili. La tira fuori ed è fradicia, inservibile. Lui la guarda e sogghigna, come a dire “dovevo aspettarmelo”. Ne prende un’altra e ripete l’operazione, stavolta va meglio. Mi mette una mano sulla testa e mi spinge giù, al mio posto. Mentre gli abbasso la zip sento il click dell’accendino e l’odore del fumo che si diffonde. Glielo tiro fuori e inizio a succhiarlo. Dopo un po’ mi ritrovo con un bel cazzo in bocca, duro, non eccessivamente lungo, ma abbastanza grosso. Affondo, perché la prima voglia che ho è di sentirmelo arrivare in gola. Il sapore del suo cazzo mi fa perdere anche quel poco controllo che mi è rimasto.

Quando alzo gli occhi lui ha lo sguardo fuori dalla finestra, sul panorama del castello, sembra molto più interessato a godersi quello e la sigaretta che il mio pompino.

Getta il mozzicone per terra e lo schiaccia con una scarpa, poi mi riafferra per i capelli e mi tira su. Assecondo un’altra volta quello strappo con la bocca aperta, ansimando, la bava che cola.

Non ha nessun bisogno di parlare, il suo sguardo è già di per sé un ordine.

Osservo il suo cazzo duro e lucido di saliva, mi appoggio al bordo del tavolo con le mani e con il sedere, divarico le gambe. La gonna del vestito mi sale su.

- Ti prego… ti prego… - solo l’ultimo residuo di orgoglio mi impedisce di supplicare “per pietà”.

Lui in realtà nemmeno mi risponde e mi entra dentro. Con forza, cattiveria. Sono bagnata e aperta ma è lo stesso come una coltellata che ancora una volta mi fa gemere ad alta voce. La seconda botta di cazzo è anche peggio: mi solleva letteralmente e poi mi fa atterrare con le natiche sul bordo del tavolo.

- Oddio! – grido. E vengo. Così, al suo secondo affondo.

Devo perdere cognizione di me per qualche istante, perché la prima cosa che avverto è lui che mi morde il labbro fino a farmi male e poi mi chiede:

- Allora?

Allora cosa? Non lo so, non ho sentito, sto godendo come una maiala. Ma allo stesso tempo mi spavento, non sono stata attenta.

- Allora cosa? Non ho sentito… - gli chiedo piena di paura.

- Ti ho chiesto che cosa sei… dimmelo!

- Una troia, solo una troia… - sospiro.

Esce da me e mi sento svenire dalla delusione. Poi quasi svengo davvero, ma per il motivo opposto, quando lui mi afferra un’altra volta per i capelli e mi spinge verso la vetrata, mi ci appiccica letteralmente. Sento la botta del vetro sul naso, il freddo sulla guancia. Lui è dietro di me, mi afferra e mi impala di nuovo.

Mi fa emettere un suono che assomiglia a un pianto.

Non me ne frega nulla del panorama, del castello, delle luci della città. Ho tutta la luce che mi serve dentro il mio corpo, adesso.

Poi di colpo la sua mano mi scivola sulle natiche e cerca il mio buco posteriore, un dito si infila, poi un altro. Gemo, digrigno i denti. Non mi piace la sodomia. L’ultima volta è stata con un mio amico, l’estate scorsa, uno che mi ero già scopato appena arrivata in Irlanda ma che da pochi giorni aveva saputo di aspettare un figlio dalla sua compagna. L’avevo incontrato al bar sotto casa, lui non voleva, si sentiva in colpa, ma l’avevo stuzzicato così tanto che alla fine era salito da me e mi aveva subito presa da dietro, esasperato, scopandomi dopo avermi alzato il vestitino bianco. Di colpo, senza preavviso, mi aveva inculata. Di rabbia. Poi era uscito e aveva concluso dove una troietta come me meritava. Si era rimesso il cazzo nei pantaloni ed era andato via. Non ci siamo mai più visti né sentiti. Ma a me lui piace ancora. E lo rifarei ancora. Come e quando vuole lui, ancora.

- Ancora… ancora… - piagnucolo sotto la trivella di Matt.

Mi da uno schiaffo violentissimo su una natica e io mi sento ripetere tra le lacrime “ancora… ancora”. Me ne arriva subito un altro che è come una frustata. “Ancora… ancora…”

- Perché ancora?

- Perché se non mi scopi sono la troia più cretina che tu abbia mai incontrato...

- Lo sei in ogni caso – mi ringhia nell’orecchio.

Esce sia con le dita che con il cazzo e io mi sento improvvisamente vuota e aperta nello stesso momento. La punta del suo uccello mi fruga nel solco delle natiche e non ho nemmeno il tempo di pensare “oddio”. Spinge con la stessa forza e con la stessa prepotenza con la quale aveva spinto quando mi era entrato nella figa. Posso sentire il suo disprezzo entrarmi dentro, aprirmi in due.

E meno male che sono eccitata, meno male che la sua mazza è ancora scivolosa del mio succo. Entra come un treno in una galleria, poi esce e rientra ancora.

Obiettivamente parlando, mi sfonda il culo.

Urlo senza ritegno, con le mani che cercano di aggrapparsi alla vetrata e le anche prigioniere della sua morsa, mi tira verso il suo ventre per cercare una penetrazione più profonda. Mi lascia urlare forse perché non gliene frega nulla di me. O forse perché gli piace ascoltarmi. Una volta chiesi a un mio amico come fosse andato il suo rendez-vous con la troia di una sua collega. Lui mi rispose, semplicemente: “Adoro le donne che strillano”.

Forse anche lui le adora, perché a un certo punto mi grida: “Ti faccio male, puttana?”, ma non è certo una di quelle domande che attendono risposta. Io del resto non riesco a spiccicare nemmeno una mezza parola.

Non è delicato né gentile, e a me piace che non lo sia.

Interrompe l’inculata solo per qualche istante, il tempo necessario per afferrarmi per l’ennesima volta i capelli e farmi fare un mezzo giro su me stessa, spingermi a novanta gradi sul tavolo. Il suo cazzo duro mi ritorna dentro di colpo, arroventato. Riprendo a strillare.

Spinge come un animale e a un certo punto comincia a alternare i colpi, uno nel sedere e uno nel buco di sotto. Ogni volta che mi irrompe nella figa godo tantissimo, mi sento sull’orlo di un nuovo orgasmo.

Ma non è quello che voglio in questo momento.

- No!… ti supplico… inculami, sfondami… fammi male bastardo… dài… dài!

Non se lo fa ripetere e mi riaffonda nell’intestino.

- Sei una cagna, sai?

- Siiiiiì!

- Ringraziami…

- Grazie… grazie…

- Non vali un cazzo…

E’ vero, penso. Se non mi scopi non valgo nulla, sono una zoccola, una troia. Un buco da riempire. Un posto dove sborrare senza pietà. Una cagna da inculare…

- Lo so… lo so! – gli rispondo piangendo.

- E dove lo senti il cazzo adesso? Cosa ti sto facendo?

- Nel culo… nel mio culo… lo sento tantissimo, mi stai inculando, mi sfondi, lo sento in gola. Finiscimi…

E vorrei davvero che mi finisse, vorrei davvero il colpo di grazia in questo momento.

Ma la mia invocazione lui non la capisce, per il semplice motivo che ormai comincio a parlargli in italiano, e più gli parlo in italiano più lui diventa una furia e mi devasta.

Mi incula così per cinque minuti buoni, cinque lenti giri d’orologio. Non smette mai, sono io che crollo. Progressivamente il mio corpo si affloscia sul tavolo, sempre più pesante. Rantolo scossa sotto le sue botte. Godo del massacro, senza più la prospettiva di un nuovo orgasmo. Non ci sarà, lo so. Aspetto il suo. Voglio il suo, è diventata la cosa più importante del mondo. Mi darebbe un senso. Raccolgo le ultime forze per una preghiera invereconda, incongrua, senza dignità.

- Sborrami, ti prego… senza la tua sborra io davvero non valgo un cazzo... Ti prego, sborrami sul viso, rendimi la troia più inutile del mondo…

Lui non mi ascolta, lo sento irrigidirsi e gridare, immediatamente dopo i suoi fiotti bollenti mi inondano l’intestino. Ed è una sensazione stranissima e nuova, perché nessuno mi ha mai sborrato nel culo. Fa in tempo però a uscire e a spararmene un altro paio sulle natiche. Sento la sua mano passarci sopra e un istante dopo spalmarmela sul muso, tiro fuori la lingua per leccare avida le sue dita sporche di sperma. Sono affamata, lo voglio, me lo merito.

- La volevi sul viso, no?

Mentre l’aria invade e rinfresca il mio buco infiammato, penso proprio che mi lascerò cadere per terra per pulirgli il cazzo con la bocca. So perfettamente dove l’ha messo e non me ne frega nulla.

Proprio in quel momento però nella stanza entra qualcuno, due persone. Le vedo in modo un po’ sfocato ma le riconosco. Uno è una guardia della vigilanza, la seconda è la persona più sbagliata possibile: Molly, la sua assistente, amica della fidanzata di Matt, figlia di uno degli azionisti più forti della società. Mi guarda con odio, in silenzio. Io le restituisco lo sguardo e spero proprio che si capisca cosa voglia dire: non hai le palle per essere al mio posto in questo momento, puttana.

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Mi dispiace dare le dimissioni, davvero. Ma l’offerta di Stacey è buona, la liquidazione è ottima, l’azienda che ha già pronto il mio contratto cerca proprio una come me.

- Mi mancheranno i nostri pranzetti, Debbie – mi fa lei.

- Non vado mica in Australia – le sorrido.

- Mi dispiace – dice dopo un lungo sospiro – non potevo fare di più.

- Lo so, non ti preoccupare. Ti voglio bene.

Mi avvio verso la porta dopo averle soffiato un bacio.

La sua voce mi raggiunge quando sono quasi sulla soglia.

- Debbie?

- Sì?

- Che fai stasera?



browserfast@libero.it
Giovanna per fossi by Browserfast
01. Giovanna per fossi



Certo Alfredo era stato un po’ stronzo, per dirla in francese.

Tanto per cominciare - e forse questa era la cosa che mi faceva incazzare di più – non era lui che mi “portava in giro in moto” ma semmai il contrario.

E anzi, mi ricordavo bene quel misto di stizza e paura che gli provocava il fatto di dovere essere lui a stare seduto sul posto di dietro del sellino. Come se fosse un’onta che a guidare la moto fossi io.

In secondo luogo, quella frase lì – “me la portavo per fossi e me la inculavo” – se la poteva pure risparmiare.

Anche perché la cosa era successa, va bene, ma era successa una volta sola.

E anche questo me lo ricordavo bene.

Era una di quelle sere d’estate in cui, se sei in maglietta e in moto, e soprattutto in quella parte di campagna che non è ancora diventata periferia, comincia a fare fresco.

Ero tentata di fermarmi e recuperare le giacche dal bauletto della mia stravecchia Tenerè quando sentii le mani di Alfredo richiudersi sulle mie tette. Il reggiseno, che aveva poco da reggere visto che ho una seconda nemmeno tanto piena, non riusciva a celare le protuberanze dei miei bottoncini, che iniziavano a intirizzirsi. “Cazzo fai?”, gli dissi scalando una marcia per affrontare una curva.

Lui non si scompose e continuò a palparmi. Non solo le tette, ma un po’ tutto quello che poteva, vista la posizione in cui eravamo seduti: io davanti, lui dietro.

Non posso negare che dopo un po’ quelle carezze cominciarono a fare qualche effetto.

“Dai, mollami o andiamo a sbattere”, protestai. Lui per tutta risposta mi disse: “Trova un posto per fermarti, ti voglio scopare”.

Non c’era nulla di strano che mi volesse scopare, visto che stavamo insieme. Andava anche a me. Magari non lì, magari potevamo aspettare ancora una mezzoretta e farlo a casa.

E invece mi fermai, trovando una stradina sterrata e dopo un centinaio di metri – durante i quali lui prese a torcermi i capezzoli tirandomi su la maglietta e abbassando il reggiseno – un prato al riparo di una siepe.

Avevo praticamente le tette di fuori, ma in giro non c’era anima viva.

Misi la moto sul cavalletto cercando di non farlo affondare sulla terra molle e mi sganciai il casco, voltandomi verso di lui. Alfredo fu più rapido: mi afferrò e mi baciò con passione.

Pensavo che avremmo cominciato come al solito: a me andava proprio di inginocchiarmi su quel prato e slacciargli i pantaloni. Mi pregustavo il suo cazzo in bocca.

Invece lui mi prese e mi scaraventò per terra, rigirandomi sulla pancia. Ci pensò lui a liberare entrambi dai pantaloni. I miei, insieme alle mutandine, li abbassò fin poco sopra le ginocchia. Con una certa fatica, erano attillati. Mi piacque il modo in cui me li tirava giù a strappi, con veemenza. Mi trasmetteva la sua voglia incontrollabile, che divenne anche la mia.

Sentii quasi subito però il suo cazzo duro sulle natiche e ci misi davvero poco a capire le sue intenzioni. “No! – urlai – NO!”. Cercai anche di divincolarmi, ma non ci riuscii.

Per un attimo pensai che quella di Alfredo fosse una sorta di vendetta per averglielo negato qualche giorno prima. Ma a conti fatti non credo che fosse per quello: lui aveva voglia di piantarmelo dietro e anche io tutto sommato, dopo le prime proteste, lo lasciai fare.

Intendiamoci, non era mica la prima volta che me lo metteva nel culo. Né Alfredo né altri. Gridai il mio no per la sorpresa, più che altro. Ma la pratica in sé non è che mi dispiaccia, anzi. L’unica condizione che pongo è di lasciar passare qualche giorno tra una inculata e l’altra, giusto per farmi passare un po’ l’indolenzimento. Per il resto, il mio uomo, chiunque sia, se vuole può farmi il culo (se vuole, vi sembrerà strano ma ho avuto anche storie in cui non me l’hanno chiesto).

La prima volta che fui sodomizzata, del resto, ero poco più che una ragazzina, avevo appena compiuto 18 anni.

Passavo l’estate a casa di mia nonna, al lago. Era quell’estate in cui papà e mamma si erano concessi un lunghissimo viaggio per cercare di rimettere in sesto la loro relazione. Visti i risultati, potevano benissimo risparmiare i soldi.

Io facevo avanti e indietro con la città, dove avevo trovato un lavoretto stagionale in un bar. Volevo fare un po’ di soldi per comprarmi un motorino o una moto usata, ho sempre avuto la passione delle due ruote.

Il villino vicino a quello di nonna era occupato da una famigliola: lui, la moglie e due bambini deliziosi.

“Lui” era un bel tipo, sulla quarantina. Si chiamava Ludovico, un nome che non so perché mi ha sempre fatto un certo effetto. Alto, moro ma con dei bellissimi occhi verdi, delle splendide mani. Mi accorsi che, quando era al lago e ci incrociavamo per caso, mi guardava spesso. Io allora ero più o meno come ora, forse con un po’ di adipe in meno sul sedere. Anche lui faceva avanti e indietro con la città, per lavoro. Qualche volta si tratteneva lì, perché non tutte le sere vedevo la sua auto parcheggiata nel vialetto. Un giorno che mi stavo affrettando verso la stazione (ero in ritardo) accostò la macchina accanto a me e mi offrì un passaggio direttamente in città, fino al lavoro. Accettai, e lui ci provò praticamente subito. Non me lo aspettavo proprio. Non ero molto esperta di strategie di conquista, ma avevo capito a cosa mirassero tutti quei complimenti sul mio corpo, sui miei occhi grigi e sui miei capelli lunghi e ricci. Tuttavia, ne ero lusingata. Lusingata come una ragazzina che si sente al centro delle attenzioni di uno che ha il doppio dei suoi anni e al suo fianco una donna, una donna vera.

Mi propose di passarmi a prendere al termine del lavoro e di andare a mangiare un gelato. Accettai, di un gelato mi potevo fidare. Durante la mattinata contavo le ore, non vedevo l’ora che il momento arrivasse. Ma ne avevo anche paura. Avevo soprattutto paura del fatto che, io stessa, desideravo che oltre al gelato ci fosse qualcos’altro, anche se non osavo immaginare cosa. Lo immaginava lui, però. Vista la giornata afosa mi propose di comprare il gelato e andarselo a gustare sulla sua terrazza. Abitava in un attico. All’ombra, ventilato. Non sono scema e non lo ero nemmeno allora. Io a casa con uno sconosciuto che avrebbe potuto, scusate la banalità, essere mio padre. Infatti l’alibi del gelato durò poco: un quarto d'ora l’ultima cucchiaiata dopo rientravo sculettando dalla portafinestra nel salone, completamente nuda, sentendomi il suo sguardo addosso.

Ero un amalgama di sensazioni contrastanti: avevo paura e mi tremavano le gambe, mi chiedevo cosa stessi facendo, se fossi impazzita. Ma allo stesso tempo ero sessualmente eccitata, tantissimo. Lui mi aveva fatto sedere sulle sue ginocchia e io avevo accettato sapendo a cosa stavo andando incontro. Subito ci demmo il primo bacio, poi dopo un poco e quasi senza rendermene conto mi ritrovai a essere accarezzata, baciata, leccata sui capezzoli e sul collo. Stordita dalla voglia e dal desiderio di sentirmi desiderata. In soggezione davanti a quell’uomo che in quel momento aveva attenzioni solo per me.

Quando mi distesi sul suo letto matrimoniale ero in preda ai brividi e alla pelle d’oca, ma lui fu dolcissimo e non ebbe alcuna fretta. Continuò a accarezzarmi e a baciarmi, mi allargò le gambe leccandomi là in mezzo come nessuno aveva mai fatto prima di allora. E, come anche in questo caso nessuno aveva mai fatto prima di allora, mi portò al primo orgasmo della mia vita procurato da un’altra persona che non fossi io stessa.

Dopo di che, devo essere obiettiva, mi fece capire sempre per la prima volta cosa vuol dire davvero essere scopata. Qualche anno dopo una mia amica, invero una ragazza normalissima, per magnificare le doti amatorie del suo ragazzo ricorse a un’espressione molto romana e molto volgare per raccontarci la sua notte di passione: “Madonna che scorticata”, commentò. Agganciai immediatamente quel modo di dire alla mia prima esperienza con Ludovico che da allora, ma solo per me, è rimasta “la scorticata”.

Non ero più vergine, ma i miei rapporti sessuali completi si potevano davvero contare sulle dita. Quelli con il mio primo fidanzatino, con il quale comunque mi sembrava di essere io quella che ci metteva più foia anche se non era niente di eccessivo, e con un ragazzo con il quale avevo flirtato una sera intera e che mi scopò in piedi nello sgabuzzino-deposito di un pub. Stop.

Non potevo nemmeno immaginare che il sesso potesse essere così. Non so dire se fosse brutalità o semplice foga, ma Ludovico mi fece sua in ogni posizione, voltandomi e rivoltandomi come un calzino, sbattendomi e allargandomi la fica con una energia che mi travolse. Sì la definizione giusta è questa: ero travolta. Non capii più nulla, così come non me ne fregò più nulla a un certo punto della differenza di età. Anzi, sapere che si eccitava così per me, che il suo cazzo – il cazzo di un uomo - era così duro per me, che le carezze di poco prima si erano trasformate in tettine strizzate, capezzoli morsi e tirati, glutei schiaffeggiati, tutte queste cose mi facevano impazzire. Non ebbi un altro orgasmo mentre mi fotteva, ma godevo immensamente della sua voglia e dei suoi colpi di cazzo che sentivo affondarmi in pancia. Non mi sentivo più una ragazzina, mi sentivo una vera donna scopata dal suo uomo. Provai per la prima volta l’essere presa a pecorina e quella sensazione di passività totale mentre lui accelerava le sue percussioni e faceva di me quello che voleva mi esaltò facendomi urlare di piacere e desiderare che non finisse mai. Assaggiai anche per la prima volta il sapore dello sperma mischiato al mio. No, non un pompino. Quelli sarebbero venuti in seguito. Ma un bacio che lui mi disse di dare alla punta del suo cazzo, ancora sporco dei miei umori e della sborra che mi aveva schizzato sulla schiena.

Avrei fatto tutto per lui, almeno sessualmente parlando. Ero completamente e felicemente soggiogata da quel punto di vista. Due giorni dopo, quando ci rivedemmo, mi ruppe il culo. Non mi piacque per nulla, nonostante lui si fosse adoperato con le dita, con il gel lubrificante e anche con la lingua, leccandomi il buchetto e affondandola dentro. Cosa che mi scandalizzò non poco ma che mi procurò uno spasmo elettrico di piacere che mi percorse dai piedi alla punta dei capelli. Non capisco le donne che raccontano la loro prima sodomia nei termini di un dolore che progressivamente diventa piacere. Per me non fu così. Sentii dall’inizio un male lancinante che non mi abbandonò mai. Mi ero stupidamente ripromessa di non urlare e per molto tempo (a me almeno parve infinito) restai in silenzio a sentire le lacrime bagnare le mie guance e a digrignare i denti. Ma a un certo punto mollai: “Basta, basta, non ce la faccio più”. Mi sentivo un unico punto di fuoco, mi sentivo le budella tirare. Non riuscivo a concentrarmi esclusivamente che sulla zona del mio dolore. Ludovico non se ne diede per inteso e si limitò a ringhiare tra le mie urla: “Voglio sborrarti in culo”. Lo fece. E poi disse una frase stupida, che io sapevo essere stupida: “Sei una donna adesso”.

Tuttavia.

Non so come spiegarlo, non ero certo diventata donna per quello, ma mi sentii la sua donna per quello. E questa sensazione mi gonfiò di piacere molto più di quanto il suo cazzo avesse gonfiato il mio intestino sanguinante.

In quei due mesi d’estate o poco più mi sentii davvero la sua donna. Ci vedevamo quasi tutti i pomeriggi prima di ritornare, separati, alle nostre villette sul lago. Pomeriggi che progressivamente si riempirono di miei orgasmi, di sesso orale, di sperma preso in bocca e ingoiato. Qualche volta dormii con lui, dicendo a mia nonna che sarei rimasta in città a casa di un’amica, per via dei turni al bar. Nei giorni precedenti e seguenti le mestruazioni lasciai, o per meglio dire implorai, che mi venisse nella fica, perché volevo finalmente godere di quella sensazione che immaginavo stupenda, e lo era davvero, lo è davvero per me, di essere inseminata. Sì lo so ero incosciente e lui più di me. Ma successe. Altre volte mi sborrava nel sedere. E piano piano, nonostante il dolore fosse sempre molto intenso, quella pratica iniziò a piacermi. Non solo per quell’elemento di sopraffazione che comportava e che mi faceva sentire più sua, ma proprio per la penetrazione in sé, per quel cazzo rovente che mi possedeva e che si faceva strada dentro di me fino quasi a farsi sentire in gola.

Strano a dirsi, lo so, ma con sua moglie non mi sentivo in competizione, mi stava pure simpatica. Una sera mi offrii persino di tenere i bambini per consentire loro una romantica cena. Quando ritornarono a prenderli i due si erano addormentati nel mio letto e proposi alla donna di lasciarli dormire. Io andai a coricarmi in un divano letto nella stanza accanto. Nella notte udii come delle urla femminili soffocate e immaginai che stessero adempiendo con una certa bestialità ai loro doveri coniugali. La cosa non mi ingelosì per nulla, anzi. Mi masturbai a lungo raffigurandomi al posto di quella moglie cornificata, sapendo che comunque già il giorno dopo sarei stata io a urlare.

Tutto finì quando finirono le vacanze estive. Mi sentii improvvisamente asfissiare. Ritornai a Roma con i miei genitori, tra i quali le tensioni non si erano certo placate, cosa che non faceva che peggiorare la situazione. Era come se fossi stata non sedotta e abbandonata (cosa che effettivamente era) ma rifiutata. Come se mi fosse stato precluso il futuro. Chissà che futuro potevo immaginare di avere con quell’uomo, a quell’età si è proprio sceme.

Lo implorai diverse volte di rivederci e alla fine lui accettò, probabilmente per paura che le mie telefonate e i miei messaggi lo raggiungessero mentre era con la moglie. Gli dissi che volevo continuare a essere sua, che non volevo perderlo e lui mi spiegò, con una freddezza cinica che allora non colsi ma che oggi mi fa rabbrividire a ripensarci, che ero una ragazzina e che non poteva portarmi in un hotel e scoparmi, né poteva portarmi in altri luoghi dove rischiava di essere beccato. Mi mortificai pregandolo di farlo almeno un’ultima volta e lui mi condusse in un luogo appartato e oscuro, una strada che si inerpicava dentro un parco. Mi fece scendere dalla macchina e mi sbattè a novanta gradi sul cofano. Mi scopò e mi inculò per l’ultima volta nonostante lo supplicassi di non farlo, che così mi faceva male e basta. Anche quella volta non se ne diede per inteso e continuò a sodomizzarmi tappandomi la bocca con le mani per soffocare i miei strilli finché non ebbe soddisfazione e io non sentii il suo seme spruzzato nel retto. “Sei un porco, non volevo!”, gli urlai. Lui si limitò a rispondere ansimante: “Hai un culo che è fatto per prendere cazzi”. Non era mai stato così volgare, così sprezzante. Mi sentii umiliata e sporca, come lo sporco che mi colava dalle viscere giù per le gambe. Qualche mese più tardi mi ricercò (evidentemente gli si era venuta a creare l’occasione). Ma fui io a rifiutare di vederlo.

Quella con Ludovico resta comunque a tutt’oggi la cosa più trasgressiva della mia vita. Non dico di essermi ritirata in convento, tutt’altro, ma da allora ho avuto solo relazioni normali. Relazioni in cui il sesso era certamente una parte fondamentale, ma non l’unica.

Non ho mai creduto al colpo di fulmine del grande amore e sono andata avanti per tentativi, come tanti, come tante. Alla ricerca della persona giusta.

Una di queste storie è stata per l’appunto quella con Alfredo. Non la migliore ma certamente neanche la peggiore. Non ci siamo nemmeno lasciati male, per cui proprio non capisco perché lui vada in giro a raccontare questi dettagli intimi su di noi. “Me la portavo per fossi e me la inculavo”, ma siamo matti?

Anche perché a dire il vero non è che quella sia stata la scopata più epica che Alfredo mi abbia regalato. Me la ricordo, naturalmente, perché non mi era mai capitato di essere gettata sull’erba e inculata con i blue jeans calati a mezza gamba. Me la ricordo perché come avrete capito quel tanto di brutalità nel sesso per me non guasta e devo riconoscere che mi piacque. Me la ricordo perché lui mi disse a un certo punto: “Grida, grida, qui non ti sente nessuno”, e ammetto che ne approfittai, perché ho sempre avuto vergogna di farmi sentire dai vicini. All'inizio gridai il mio dolore. Quando lui cominciò a fare avanti e indietro gridai tanti "sì!" e gridai tanti "inculami!", come per pudore probabilmente non avevo mai fatto. Ma soprattutto quella scopata me la ricordo perché questa pettegola di Miranda me l’ha fatta ricordare. Chi ci pensava più?

- Giovanna? Giovanna? Tutto ok? Scusa ma io non ti volevo offendere, volevo solo dirtelo, non mi pare giusto che la vittima del pettegolezzo sia l’ultima a sapere le cose…

La voce di Miranda mi risvegliò dai miei pensieri. Quanto tempo era passato da quando mi aveva detto della voce che girava su di me? Mah, dieci, forse quindici secondi. Si sa come le cose a volte passino per la mente a una velocità impressionante.

- Ma no, non ti preoccupare Mira, lo sai come sono gli uomini. Con Alfredo ho avuto una storiella un paio di anni fa, lo sanno tutti. Se non sbaglio tu non eri ancora arrivata qui, non mi ricordo. Quanto al resto, lo sai com’è: fanno presto a ricamarci sopra. E poi non è che da quel lato ci sia molto da dire, non c’è nulla di memorabile…

E qui si fermò la mia voce, ma le mie labbra no. “Ce l’ha piccolo...”, scandirono mentre univo l’indice e il pollice per poi divaricarli in modo quasi impercettibile, come a indicare un microcazzo.

Che poi non era vero, aveva un cazzo normalissimo e non lo usava nemmeno male.

Ma avere detto questa bugia a Miranda mi dava la certezza che il mio contrattacco sarebbe finito di lì a poco sulla Gazzetta Ufficiale o quasi.

Sono stata troppo stronza? Forse, non so, non credo. Ma in quel momento avrei voluto essere con Alfredo di fronte a un uditorio imparziale, dentro un incidente probatorio.

E avrei tanto voluto vedere la sua faccia in quel momento.



CONTINUA

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02. L’amico timido



Mi fa rabbia, mi fa proprio tanta rabbia, perché so bene che in fondo è tutta e solo colpa mia. Avrei dovuto essere meno impulsiva e controllarmi di più. Ma chissà che avevo quel giorno.

Nulla, nulla che io ricordi. Un giorno come tanti.

Eppure qualcosa deve esserci stato, no? Altrimenti non mi ritroverei davanti a questo stronzo brufoloso di Giusberti che senza nemmeno salutarmi mi fa davanti a tutti: “Ehi faccia-da-topo, gira voce che hai fatto un pompino con ingoio a Caprari a casa sua, davanti a Cappelli. E che quando hai finito lui ti ha chiesto se gliene potevi fare uno anche a lui, che non aveva il coraggio di chiedertelo”.

Il tutto condito dalla sua risata schifosa, ché quando apre la bocca gli si vedono tutti i denti sporchi e gialli e storti, e dalle risatine imbarazzate dei ragazzi e delle ragazze tutte intorno.

Ma perché gira sta voce? In che cazzo di guaio mi sono cacciata? E se lo vengono a sapere i miei genitori?

Sì, sì, è chiaro. Posso sempre negare, tanto mica qualcuno ha tirato fuori il telefonino e ha fatto un video o scattato delle foto.

Però intanto mi rode, se ci penso mi vergogno, divento rossa (posso sempre dire che sono furibonda, è vero). Perché io so come stanno le cose. E lo sanno anche Marco e Giorgio.

Davanti a loro potrei negare? Mi tremano le gambe solo a pensarci.

Mi presento, sono Marialuisa. Sì, tutto attaccato. Però tutti mi chiamano Maru, sin da piccola. La ragazza con la faccia da topo.

Un’esagerazione. Lo so che non sono bellissima, con questo naso gibboso che in effetti mi spinge tutto il viso in avanti. Però il resto non è male. Anche se non sono molto alta – vabbè, è un eufemismo, sono uno e cinquantasei - ho un bel fisico. Perfetto, direi. Un bel culo e due tette che levati. Una bella terza, ho sviluppato presto.

Ho compiuto da qualche mese diciotto anni, ma il sesso mi ha sempre attratto, mi è sempre piaciuto. Sin dalle prime esperienze da ragazzina. E quando dico ragazzina intendo proprio ragazzina.

Dopo la mia prima volta, che non posso raccontare perché ero minorenne, ricordo che avevo solo due pensieri in testa: che mi bruciava tutto e che avrei dovuto rifarlo al più presto.

Fu così che cominciai a fare sesso. Prima con il mio primo fidanzatino, Massimo. Poi, quando ci lasciammo, con altri ragazzi. Imparai anche a prenderlo in bocca, anche se permisi mai a nessuno di venirmi dentro. Mi piaceva fare i pompini, ma non avevo nessuna voglia di assaggiare il latte del maschio.

Almeno finché in quinta non conobbi Marco. Marco Caprari.

Con lui devo ammettere che la mia soggezione è totale, perché è molto bello e io mi sento inadeguata. E’ alto e io mi sento una nana.

Però a lui sembra non importare nulla. Non che mi consideri la sua ragazza, ma non ha problemi ad abbracciarmi e baciarmi anche in pubblico, a esprimere affetto, desiderio.

Quelle poche volte che abbiamo scopato invece lo abbiamo sempre fatto da soli, a casa sua.

Almeno fino alla settimana scorsa.

Ero andata da lui sapendo che il giovedì pomeriggio i suoi tornano sempre molto tardi. Avevo davvero molta voglia di essere scopata perché sette giorni prima, causa mestruazioni, mi ero limitata a fargli un pompino. E io invece lo volevo tutto dentro.

Lui purtroppo però si era portato a casa un suo amico di pallacanestro, Giorgio. Lo conoscevo solo di vista e non mi stava antipatico. Un po’ chiuso, forse.

Credo che sia stato per alleviare la mia delusione che Marco cominciò a fare il cazzaro, cosa che gli riesce abbastanza bene. Riesce sempre a farmi ridere e a far ridere gli altri, anche quel musone di Giorgio.

Seduto sul divano accanto a me iniziò poi a farmi il solletico e a passarmi la mano sulle cosce, sempre più all’interno, sempre più su. Io mi vergognavo che lo facesse davanti al suo amico, ma allo stesso tempo volevo fare la figura di quella che riesce a gestire la situazione. In realtà la sua mano mi stava eccitando.

“Toglila!”, gli dissi ridendo e dandole uno schiaffetto sul dorso. Ma lui insistette, ridendo e dandomi per scherzo della bigotta.

La situazione degenerò quando lui mi strinse una tetta, sempre ridendo e con fare scherzoso, insultandomi: “Sei una fica secca ahahahahah”.

Battuta, parliamoci chiaro, più che terra terra, sottoterra. Eppure quella strizzata alla mammella mi provocò una specie di scossa che partì dal cervello e mi arrivò direttamente al sesso, passando per i capezzoli.

Non avevo però intenzione di fare alcunché, almeno non con quell’amico suo tra le palle, così mi tirai indietro sghignazzando un “Eddaaaaiiii!” di protesta e andando a rannicchiarmi sull’angolo opposto del divano, coprendomi istintivamente il petto con le mani.

Però iniziavo a sentire caldo, e sapevo che tipo di caldo era.

Fossero o meno d’accordo i due amici (lì per lì non ci pensai nemmeno, ma in seguito la cosa mi sembrò plausibile) Giorgio ci disse che si allontanava per andare a fumare una sigaretta sul balcone e uscì dalla stanza.

Nemmeno il tempo di lasciarlo scomparire e Marco mi balzò addosso infilandomi la lingua in bocca e palpandomi il seno con avidità.

Roteai la mia lingua intorno alla sua, sarebbe stato un piacere infinitamente inferiore a quello per il quale ero andata a casa sua, ma almeno quello non me lo volevo perdere. Così come non volevo perdere quello delle sue mani sulle mie tette, pur sapendo che sarebbe stata una tortura doverci fermare di lì a breve. Non seppi resistere, l’errore, il primo errore fu quello.

Dopo il bacio Marco si sistemò sul divano a gambe larghe, mi prese per le spalle e e provò a farmi accomodare per terra. “Fammi un pompino!”, mi disse con la voce eccitata. “Ma che sei scemo? – mi ribellai – di là c’è il tuo amico”.

Fu come se non avessi detto nulla. Lui si slacciò la cinghia dei pantaloni e si abbassò la zip, frugò un attimo e tirò fuori il cazzo.

Era davanti a me grosso, duro, bello. Non era solo la sua voce a essere eccitata.

In un attimo mi squagliai.

“Maru dai, succhia”, mi intimò. “Ma non fare il coglione”, gli risposi. Di pompini gliene avevo fatti, e non solo a casa sua. Anche nei parchi e una volta persino nella palestra della scuola. Ma in quel momento, nonostante mi stessi infradiciando gli slip, non ne avevo la minima intenzione. Pregavo che il suo amico non tornasse, piuttosto, e non mi sorprendesse a ammirare quel pezzo di cazzo che avevo davanti.

Marco allora fece una cosa che non avevo minimamente preventivato: mi afferrò per i capelli formando una coda proprio a contatto con la nuca e mi strattonò verso il centro delle sue gambe. Io strillai per il dolore e chiusi gli occhi, quando li riaprii mi ritrovai il suo cazzo a un centimetro dal naso. Il suo odore mi stordiva, mi riempiva le narici di sesso.

Mi strattonò ancora una volta facendomi male. Ma, non lo avrei mai detto, gettando allo stesso tempo altra benzina sul fuoco della mia eccitazione. ”Cazzo se fa di me quello che vuole”, pensai. Ma avrei potuto pensare anche: “Cazzo che maschio alfa”. Il senso era quello.

Sentii una forte contrazione alla vagina seguita da altre più deboli, avrei potuto scommettere che si fosse dilatata per implorare alla bocca di lasciarle quel magnifico bastone.

Ma la bocca non doveva essere d’accordo, perché senza nemmeno che io potessi dominare i miei movimenti e le mie azioni si aprì e avvolse la mazza di Marco.

A me i pompini piace farli iniziando piano, leccando il glande e ciucciandolo un po’ per poi percorrere tutta l’asta con le labbra e con la lingua, se è possibile anche leccare i testicoli, prima di iniziare il vero e proprio lavoro di risucchio e di pompaggio.

Anche con lui facevo così.

Quella volta invece Marco me lo spinse direttamente e immediatamente tutto in gola. O meglio. Mi abbassò di colpo la testa in modo che la mia bocca si impalasse quasi interamente sul suo uccello duro.

Sentii la sua carne sbattermi in fondo, se avessi ancora avuto le tonsille me le avrebbe divelte, probabilmente. Non riuscivo a respirare, avevo conati di vomito e le lacrime agli occhi. Mi stava scopando la testa tenendomi per i capelli e incitandomi “dai! brava troia, braaaava, succhia sto cazzo”.

Mi piaceva? Sì, era la prima volta che lo facevo così ma quella sua forza e quella sua brutalità mi piacevano. Non mi sentivo più la-ragazza-dalla-faccia-da-topo, non mi ci sentivo mai quando stavo con lui.

Però non avrei voluto essere lì, non volevo che l’amico rientrasse e ci vedesse, quanto poteva durare mai una sigaretta?

Fu quando Marco mi tirò la testa all’indietro per permettermi di respirare che gli dissi, anzi gli sussurrai: “Basta, basta! L’amico tuo può tornare da un momento all’altro!”.

“Ma lui da mo’ che è tornato!”, rispose Marco stringendomi ancora più forte i capelli e voltandomi la testa per costringermi a guardare alle mie spalle.

Io vidi prima le stelle dentro i miei occhi chiusi. Quando li riaprii vidi Giorgio, seduto sulla sedia dove era seduto prima, che si dava un’aria da uomo navigato che le aveva viste tutte e che quindi non faceva una piega davanti alla scena di una troia che sbocchinava il suo amico.

Ero sconvolta e avvampai di vergogna. Prima ancora di cominciare a insultare Marco il mio primo impulso fu quello di scattare in piedi. E ci provai.

Ma la stretta di Marco sui miei capelli mi riportò dolorosamente a terra e un’altra strattonata mi fece voltare ancora una volta la faccia verso il suo cazzo. Mi sembrava ancora più grosso di prima, tutto lucido di saliva, con la punta rosso scura completamente scoperta.

Marco cambiò la presa sui miei capelli, afferrandone una ciocca da una parte e una ciocca dall’altra. Dovevo sembrare Pippi Calzelunghe mentre sbocchina il fratello di Annika, Tommy.

Cosa che in effetti ripresi a fare. Cioè, non sbocchinare Tommy ma Marco. Che dopo avermi detto brutalmente “Dai, continua a succhiarmelo” me l’aveva spinto in gola un’altra volta, riprendendo a tirare la mia testa verso il pube, cercando di infilarmelo il più a fondo possibile.

Non ci potevo credere. Cercavo di reagire afferrandogli i polsi e graffiandoli, ma non era una cosa facilissima. Mi vergognavo, mi vergognavo tanto. Soprattutto non avrei voluto emettere quei gorgoglii così osceni che riempivano la stanza.

Avrei voluto scappare.

Però mi piaceva.

Se trovate la cosa contraddittoria vi capisco, fate pure.

Ma è così.

Dopo un po’ Marco non ebbe nemmeno più bisogno di strapparmi i capelli in quel modo. Gli bastò mettere una mano dietro la mia nuca e cominciare a spingere sempre più veloce. Non si capiva nemmeno più se ero io ad assecondare le sue spinte o viceversa.

Approfittò di quel momento per staccarsi un attimo e togliermi la maglietta. Me la lasciai sfilare come se nulla fosse, ero troppo impegnata a respirare.

Mi liberò dai gancetti del reggiseno che scivolò subito in avanti, liberandomi le tette. Quasi godetti di quel sollievo e dell’aria che le rinfrescava, i capezzoli mi sembrava che dovessero essere sparati via da un momento all’altro, tiravano e mi procuravano un dolore delizioso. In quel momento non avrei rinunciato per nulla al mondo a quel dolore.

Un attimo dopo però mi ero già buttata a pesce su quel cazzo caldo e duro.

Mi ero ormai persa in quel pompino e mi piaceva, i suoi peli mi solleticavano il naso, segno che ero riuscita ad accogliergli tutto il cazzo. Avevo la sensazione, ma che dico, la certezza, di avere un lago in mezzo alle gambe ma in quel momento non avrei voluto che Marco mi scopasse. Avrei voluto che mi dicesse finalmente “sto per venire” e io gli avrei preso trionfante il cazzo in mano e come le altre volte lo avrei segato fino all’orgasmo, godendomi gli spruzzi del suo seme e pensando, come sempre, devo assolutamente cominciare a pensare a un anticoncezionale che non sia il preservativo. Quegli spruzzi caldi prima o poi avrei voluto sentirli dentro di me.

Invece quel bastardo, dopo avermi avvertito, mi premette la faccia contro il suo ventre. Ero in apnea totale, ma ciò che mi terrorizzava era il fatto che lui, l’avevo capito, mi volesse venire in bocca. Non l’avevo mai fatto, non lo volevo, mi faceva schifo l’idea.

Lo so, lo so che tante ragazze … ok, non c’è bisogno che me lo spiegate. So tutto. Ma non mi andava lo stesso.

Dunque ve l’ho detto, ero impietrita dalla paura. Non credo che sia difficile da capire, se vi mettete per un secondo nei miei panni. Quello che è più difficile da capire, e infatti non l’ho capito nemmeno io allora e non lo capisco tutt’ora, è che quando ho sentito in bocca il suo cazzo contrarsi e pulsare la mia fica ha reagito allo stesso modo. Sarà forse per questo che i primi due schizzi non li ho nemmeno notati, o forse perché mi sono finiti diritti in gola.

Gli altri no, perché lui un po’ mi ha staccato la faccia dal suo ventre e allora il suo sperma ha colpito il mio palato, la lingua.

Non avrei mai pensato che mi sarebbe piaciuto.

Non lo sperma, per carità, con quel saporaccio. Non è quello che mi è piaciuto. Mi è piaciuto il fatto che si sia svuotato dentro di me.

Lo so che non è vero, ma in quel momento mi piaceva pensare che i coglioni di Marco fossero un serbatoio da prosciugare e che io, sì proprio io, lo stavo prosciugando. La ragazza faccia-da-topo che aveva spompinato il dio greco! Se Marco si fosse limitato a raccontare questo, magari facendo anche in modo che la cosa arrivasse alle mie amiche, avrei camminato ad almeno trenta centimetri da terra per settimane.

Ma la realtà è che non so nemmeno chi abbia messo in giro la voce. Se sia stato Marco, o Giorgio, o tutti e due.

Di primo acchito direi Marco, per il carattere. Ma chi può dirlo?

Giorgio. Mi ero completamente dimenticato di lui in quei momenti. Mi ritornò in mente quando Marco mi fece aprire la bocca perché gli mostrassi lo sperma che ancora mi copriva la lingua e mi riempiva la bocca. Ma quanta ne aveva fatta?

“Dai Maru, facci vedere come ingoi adesso”. Io non l’avevo mai fatto ma lo feci, mandando giù quel metallico, acido, salato.

Arrivando con un secondo di ritardo a comprendere che non aveva detto “fammi”, ma “facci”.

Mi gettai verso Marco in fretta cercando un bacio che potesse garantirmi che non era vero niente, che contavamo solo io e lui.

Lui invece mi fermò con un dito davanti alle labbra, come se volesse dirmi di fare silenzio: “Vai in cucina a bere un po’ d’acqua, a me non piace”.

Capii subito che si riferiva al sapore della sborra con cui mi aveva mezzo affogata.

Umiliata mi alzai e andai in cucina. Il reggiseno mi penzolava davanti lasciandomi le tette tutte scoperte. Marco era stato stronzo ma aveva ragione ancora una volta: morivo dalla voglia di rinfrescarmi. E morivo dalla voglia di esporre all’aria le mie mammelle. In fin dei conti ne andavo fiera, no?

Mi sfilai il reggiseno e lo lanciai nell’altra stanza, sicura che in quel momento non mi vedessero, mi sciacquai la bocca due volte, non credevo che la sborra potesse essere così filamentosa. Andava decisamente meglio, anche se parte di quel sapore era rimasta.

Quando tornai in salone, la sorpresa. Giorgio si era seduto accanto a Marco a gambe larghe e ciò che si vedeva benissimo era che tra quelle gambe fasciate da un paio di pantaloni di velluto si vedeva un bozzo spropositato, come se si fosse infilato nelle mutande, che so, un ferro da stiro!

E come se non bastasse, dalla sagoma si intuiva che non era nemmeno del tutto duro.

Restai interdetta, con lo sguardo incollato su quella visione. Ancora una volta ebbi l’impulso di scappare via, ancora una volta qualcosa mi trattenne. Per meglio dire, quel “qualcosa” che mi trattenne furono nell’ordine: una contrazione pazzesca al ventre, un brivido che attraversò tutto il mio corpo, il formicolio quasi doloroso dei capezzoli che si indurivano. Mi sembrava che le mie tette ormai liberate stessero per esplodere.

Fu Marco a prendere l’iniziativa: “Perché non fai un pompino a Giulio? – disse – Lui lo vorrebbe tanto, ma si vergogna a chiedertelo, è timido”.

“Co-cosa?”, balbettai coprendomi le tette.

Iniziai a insultare Marco, in breve passai a insultarli tutti e due. Non ricordo bene le mie parole perché in quel momento ero davvero sconvolta, ma cosa volete che si dica in quei momenti?

Probabilmente dovevo essere avvampata, perché mi sentivo le guance andare a fuoco. Ero come avvolta da un improvviso senso di vergogna. Forse immotivato visto il modo in cui si erano messe le cose, direte voi. E invece no, non lo era.

Rimettiamo un attimo le cose in fila: avevo fatto un pompino a Marco davanti al suo amico che mi aveva visto ingoiare tutto quello che mi era stato scaricato dentro; ero stata costretta a aprire la bocca per mostrare lo sperma residuo che mi era rimasto sulla lingua e che di lì a poco avrei mandato giù; era restata praticamente con le tette di fuori alla vista di Giulio e per rincarare la dose mi ero vista negare un bacio e ero stata mandata in cucina a sciacquarmi la bocca perché sapeva di sborra.

Cazzo, avevo fatto il mio primo pompino con ingoio e un bacio pensavo di essermelo meritato, no? E invece che ti ritrovo? Giorgio seduto accanto a Marco che mi mostra quel… già, quella specie di transatlantico nei pantaloni che… – fu il pensiero che mi investì in quel momento – che ora che ci penso mi sembra di non avergli mai staccato gli occhi da sopra da quando sono rientrata in stanza…

Lo trovavo magnetico.

In faccia dovevo essere diventata di color ciclamino, violetto, ultravioletto, non lo so. Distolsi un momento gli occhi e diedi un’occhiata d’insieme, allargando lo sguardo sul divano e vedendo questa scena abbastanza buffa: Giorgio che sembrava nascondere nei calzoni una bottiglia di due litri di Coca Cola e Marco accanto a lui con i pantaloni calati alle cosce e le mutande un po’ abbassate, in modo da nascondermi la vista dei coglioni ma dalle quali spuntava un cazzo ormai ammosciato.

“Siete due bastardi, due pervertiti”, mi sorpresi a dire, perché evidentemente non avevo ancora terminato la mia dotazione di contumelie. Tuttavia mi accorsi tragicamente di non essere in grado di impedire che la mia vista corresse di nuovo tra le gambe di Giorgio. Come se non bastasse, la mia fica là sotto sembrava impazzita, ero tornata a sudare come una fontana.

“Ma non fare la stronza, che si vede da qui che hai fame di cazzo!”, gridò Marco. Il suo tono non era arrabbiato, tutt’altro. Era quello di chi ti chiede: ma chi vuoi prendere in giro?

Lo odiai con tutte le mie forze, in quel momento. Non solo perché mi aveva messo in quella situazione, ma perché con quelle tre parole, “fame di cazzo”, era come se mi avesse fotografata.

“Maru facci vedere le tette, dai”. La voce di Marco mi scosse. Ero ancora lì con le braccia che mi coprivano il seno. Le lasciai cadere lungo il corpo mentre Marco diceva all’amico: “Visto che bocce?”. Il timido Giorgio si limitò a annuire.

Se dovessi dire che la mia fu una decisione consapevole probabilmente mentirei. Ma se dovessi dire che furono le parole di Marco a convincermi mentirei lo stesso.

Non so in che modo, ma sono certa di essere stata io a dire alla mia dignità di andarsi a fare un giretto.

E questo fu il secondo errore.

Mi avvicinai a Giorgio tenendomi sollevate le tette. Non so che cosa mi prese, ma in quel momento volevo solo quello. Volevo esibire le mie tette e farlo uscire fuori di testa.

Non lo so nemmeno se uscì fuori di testa, la cosa certa è che uscii fuori di testa io!

Mi piazzai di fronte a Giorgio, la fica mi pulsava all’impazzata, non avevo più nessun ritegno.

- Ti piacciono? – chiesi.

Lui rispose con un timido cenno della testa.

- Io penso che non ti abbiano mai succhiato il cazzo, vero?

Giorgio accennò un no.

- E ora ti piacerebbe che facessi un pompino a te come l’ho fatto prima a Marco….

Andavo così fiera in quel momento di due cose, delle mie tette e dei miei congiuntivi. Con questi ultimi non potevo giocare, ma con le tette sì.

- Tiralo fuori, fammelo vedere…

Ma complimenti alla mamma! Giorgio tirò fuori un qualcosa di ancora semiduro che mi fece restare affascinata a guardarlo per qualche secondo. Guardavo l’attrezzo in sé, non pensavo per nulla al suo uso. Il suo uso su di me, a dire il vero, mi sembrava inverosimile.

Giorgio se lo prese in mano e iniziò a segarsi piano. Ogni volta che la sua mano andava giù mi sembrava più grosso, la cappella era gonfia e congestionata, il taglietto sopra la sua punta sembrava un occhio che mi guardava.

Fu la voce di Marco a farmi riprendere dallo stordimento.

- Ce l’ha bello grosso, eh? Hai visto che bel regalo ti ho fatto? Ehehehe…

- Cafone! – gli urlai guardandolo con disprezzo. Ero sempre più incazzata con lui. Ero ormai troppo partita per tirarmi indietro, ormai ragionavo con la fica. Ma la parte più cosciente di me si vergognava e sapeva che la colpa di tutto quello che accadeva in quella stanza era di Marco.

Tuttavia, forse proprio per reazione alla bullaggine del mio amico, mi avvicinai a Giorgio decisa a prendere in mano la situazione (scusate il doppio senso).

- Ora però si fa a modo mio - dissi inginocchiandomi davanti a Giorgio – abbassati i calzoni.

Lui obbedì calandoseli fino alle ginocchia, ma in questo modo rappresentavano una barriera tra me e il ragazzo. O meglio, tra la parte che del ragazzo mi interessava. Glieli calai alle caviglie e avvicinai la testa al palo, afferrandolo.

Aveva un odore più morbido di quello di Marco. E anche il sapore lo era, a giudicare dalla prima leccatina che gli diedi. Ma era indiscutibilmente odore di maschio, mi inebriava.

Iniziai a passare la lingua lungo tutta l’asta e non trascurai i coglioni. Lo sentivo ansimare sopra di me e su di me sentivo anche gli occhi di Marco.

Ci lavorai a lungo, sono abbastanza brava credo. Poi cercai di prenderlo in bocca. Almeno per quel che potevo. Cioè non molto, all’inizio.

Più che altro lo segavo e ciucciavo il glande e poco sotto. Si sentiva solo il rumore di quel risucchio e il respiro pesante di Giorgio.

Non mi accorsi nemmeno che Marco era passato dietro di me, ma quando le sue dita percorsero il disegno della mia vulva presi la scossa.

Nonostante avessi ancora i jeans addosso avevo sentito tutto. Ero sicura di essere fradicia là sotto e ebbi anche paura che il bagnato fosse passato attraverso le mie mutandine impregnando il cavallo dei pantaloni.

Dio che vergogna, pensai, senza tuttavia riuscire a staccare la bocca dal cazzo di Giorgio. Anzi, mugolandogli sopra sotto l’effetto della scossa.

Ma quello fu niente in confronto alla vergogna che provai quando Marco mi sbottonò i jeans e me li calò giù insieme alle mutande.

Avevo capito quali fossero le sue intenzioni, del resto non ci voleva molto.

“Dio mio che troia, che troia”, pensai, “sto per prendere due cazzi nello stesso momento”. Una parte di me avvampava e voleva scappare via. Un’altra diceva invece “se vuoi vai pure ma io resto qui che non ho mai goduto tanto in vita mia”.

L’attesa mi lacerava.

Sentii una scarica incredibile quando me lo infilò dentro. Ho un debole per questa posizione. Mi ricordo ancora della prima volta che venni presa a pecorina. Fu con Stefano, un ragazzo che fa l’università. “Oddio che bello così!”, ricordo che esclamai.

Non so perché. Forse perché in quel modo il cazzo mi tocca in punti diversi, forse perché lo sento arrivare più in fondo. O forse perché stare così, avendo il maschio alle mie spalle senza nemmeno poterlo vedere in faccia mi fa sentire come se lui potesse fare quel che vuole, mi fa sentire passiva, un buco, una porca.

Mi eccita questa cosa. Mi eccita anche sapere che lo pensino loro, i ragazzi. “Una troia da trivellare”, come ho sentito dire una volta. Una frase sicuramente poco carina, ma che mi fece bagnare.

Ecco perché quando vengo presa così mi eccito di più e ripenso a quella prima volta quando ho urlato “Oddio che bello così!”.

E in quel momento lo avrei urlato anche a Marco, se non fosse stato per quella mazza del suo amico che mi riempiva all’inverosimile la bocca.

Giorgio fu il primo a venire. E me la schizzò tutta dentro la bocca. In meno di mezz’ora ero diventata una veterana dell’ingoio.

Chissà da dove la tirava fuori, ma aveva in corpo una quantità di sperma smisurata. E io che pensavo che Marco ne avesse fatta tanta! Un bel po’ lo buttai giù, ma il resto cominciò ben presto a colarmi fuori insieme alla saliva. Una schiuma bianca che penzolava tra la mia bocca in cerca di ossigeno e la punta dell’uccellone di Giorgio.

I colpi di Marco ora mi facevano disallineare. Perdevo il cazzo di Giorgio e poi mi ci riavventavo sopra a bocca spalancata, come una che non mangia da giorni. Ogni tanto, in questi movimenti scomposti, l’arnese di Giorgio mi colpiva in faccia come un manganello. Mi faceva pure male, ma adoravo quel contatto. Cazzo, è il caso di dire, che pezzo di carne!

Ancora un po’ del suo seme mi precipitò fuori. Sul mio muso da topo ero una maschera di bava e sborra da fare schifo, ma credo che, stando allo sguardo che aveva, a Giorgio non dispiacque per nulla vedere come mi aveva conciata. “Madonna che troia che sono!”, dissi a me stessa. Senza scandalizzarmi per nulla.

Pensavo che avrei perso interesse al suo cazzo non appena il godimento che mi regalava Marco fosse aumentato.

Al contrario però, appena iniziai a sentire le onde dentro la pancia, ripresi in bocca Giorgio e iniziai a pomparlo con furia. Era rimasto ancora duro nonostante l’orgasmo appena avuto. Non so perché lo feci, del resto era la prima volta che succhiavo un cazzo mentre ne avevo un altro dentro. Ormai mi faceva male la mandibola, ma non riuscivo a staccarmi da quel bastone.

Marco mi trivellava sempre più velocemente e io iniziavo a perdere cognizione di tutto ciò che non fossi io e i due cazzi che avevo dentro. Quello dentro la vagina, in particolare.

Per un istante pensai a come sarebbe stato il contrario, ossia spompinare Marco con l’obelisco di Giorgio che mi sventrava. Ma ben presto le sensazioni che provenivano dalla mia vagina presero il sopravvento. Non me ne fregava più un cazzo di niente.

In quel momento Marco avrebbe potuto farmi di tutto. Se me lo avesse chiesto mi sarei anche lasciata sverginare il culo. Anche se non me lo avesse chiesto, a dire il vero.

Ora, come vi ho detto, non sono particolarmente contenta che tutta questa storia giri, anche se in modo parziale. Cioè limitata al fatto che ho sbocchinato due ragazzi, il secondo dei quali a gentile richiesta del primo. Tuttavia, finché la cosa non arriva alle orecchie di mamma e papà, e magari di qualche prof, la posso anche gestire, credo. Così come credo che potrei gestirne anche i componenti aggiuntivi, ovvero la storia di Marco che mi chiava a pecora mentre sbocchino Giorgio.

Ciò che al contrario non potrei proprio tollerare, e sono felice che non ci siano testimonianze video, è che si sappiano due cose.

La prima, il modo in cui mugolavo mentre Marco me la spanava e io tenevo in bocca il cazzo del suo amico. Avrei voluto dire a Marco qualcosa di volgare, osceno, anche se non so cosa. Ma in verità nulla avrebbe potuto essere più osceno di quel suono che emettevo.

La seconda è quello che avvenne dopo il mio orgasmo, che arrivò talmente devastante da farmi mollare Giorgio al suo destino per strillare non so bene cosa (non ero molto presente a me stessa, sentii come se per qualche istante uno shock elettrico spegnesse tutto).

Mentre ero ancora lì che combattevo per ritornare in vita, Marco tirò fuori il suo cazzo e sentii scendermi qualcosa di caldo e liquido tra le cosce.

Pensai che mi fosse venuto dentro ma con allarme relativo. Non perché sia un’incosciente, ma perché in quel momento il mio stato di beatitudine mi impediva di concentrarmi bene sulle cose.

Qualche istante dopo però i fiotti caldi dello sperma di Marco mi colpirono sulla schiena e sul sedere. Capii allora che ero stata probabilmente io a sbrodare come mai mi era capitato prima.

E furono le parole di Marco, gentile come al solito, a confermarmelo.

- Guarda come ha goduto sta troia – disse mentre rivolgevo una risatina isterica a Giorgio – ci vogliono almeno due cazzi per farla felice.

Ecco, queste due ultime cose vorrei proprio che non si sapessero in giro.

Non condividete, grazie.



Ps. Vi ho detto che a un certo punto avevo pensato a come sarebbe stato succhiare il cazzo a Marco mentre Giorgio mi scopava. Beh, per un paio di giorni mi sono seduta con difficoltà.



CONTINUA

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Il piccolo tradimento di Roberta by Browserfast
04. Il piccolo tradimento di Roberta


Se pensate di avere di fronte una brava ragazza, allora forse è meglio che vi giriate da un’altra parte, perché quella non sono io. Io sono invece Roberta, ho 34 anni e sono un po’ troia. Beh… un po’ o tanto diciamo che lo stabilirete voi. Sempre se avrete la pazienza di stare a sentire la mia storia.

Intendiamoci, sono una ragazza assolutamente normale, anche una bella ragazza, credo. Sono alta poco meno di uno e settanta, taglia quaranta, occhi e capelli castani… Ho anche un bel paio di tette, direi. Ah, la misura? Sempre fissati, eh? Ok, ho una terza.

Tutto normale, insomma. Ho anche la fortuna di avere un lavoro. E poi un fidanzato, Luca, con cui sto da otto anni. Bel ragazzo, lo adoro e, cosa che non guasta, ci sa fare a letto.

Il problema allora qual è? Il problema è che non mi basta, semplice no? E quindi non mi resta che tradirlo, ancora più semplice.

La prima volta fu dopo quasi un anno che stavamo insieme. Eravamo uscite in quattro, tutte femmine. Ci sembrava una cosa divertente da fare passare noi da sole una serata in discoteca, senza i nostri ragazzi. Per la verità a avere un ragazzo eravamo solo io e Lisa, la fidanzata del fratello di Luca. Giovanna e Paoletta no, diciamo che erano un po’ a caccia. Anzi, diciamo meglio: Giovanna è praticamente sempre a caccia, Paoletta è più riservata, più timida e, mi dispiace dirlo, anche più bruttina.

Nemmeno siamo entrate che subito un gruppo di ragazzi ci ha accerchiate. Ci cercavano, facevano battute più o meno a doppio senso, volgari anche. Il più spudorato di tutti giocava con il mio perizoma in vista e mi passò pure la mano sul culo, ricordo ancora la sensazione sotto i pantaloni di pelle che portavo quella sera.

Ma non fu con lui che iniziai a ballare, e a bere. E dopo qualche minuto, non saprei dire quanto, a pomiciare addosso a una parete. Era abbastanza carino, alto, ci sapeva fare e sapeva anche come allungare le mani con discrezione. M anche io sapevo cosa stavo facendo: era la prima volta, dopo essermi messa con Luca, che lasciavo che un altro mi infilasse la lingua in bocca e mi passasse con forza la mano sui fianchi, sulle costole, fino ad aggrapparsi al seno. Mi rendevo conto che era un tradimento, ma in fondo, pensavo era solo un piccolo tradimento. Probabilmente se non avessi bevuto non ci avrei fatto nemmeno quello, ma in quel momento lì mi piaceva lasciarmi andare. Avevo perso di vista le altre, gli chiesi di offrirmi un altro rum e coca.

Forse fu per l’effetto del nuovo alcol che mi lasciai trascinare fuori nel parcheggio, anche se appena vidi che azionava il telecomando per aprire la sua macchina cercai di oppormi.

- No, dài – gli dissi debolmente – non mi va… ho il ragazzo… non faccio certe cose…

- Ti prego, ho solo voglia di stare un po’ tranquillo con te senza tutto quel casino intorno – mi disse lui. E mi passò la lingua sul collo per poi infilarmela nell’orecchio. Salii con lui in macchina, sul sedile posteriore, ancora piena di brividi.

Ci baciammo ancora per un po’, io sentivo sempre più caldo. Mi aveva infilato una mano sotto il reggiseno e giocava con la mia mammella, con il capezzolo. I brividi non mi abbandonavano più…

A un certo punto mi prese la mano e se la portò sul pacco, lo sentii durissimo sotto i suoi calzoni. Tanto duro quanto io ormai ero fradicia nel mio perizoma. Mi aveva anche piazzato una mano tra le cosce, ma per fortuna almeno lì i miei pantaloni facevano buona guardia.

- Scommetto che hai una bocca fantastica – mi sussurrò.

Ammetto che ci sarebbero stati altri mille modi molto più volgari di chiedermi un pompino, ma in ogni caso non mi andava lo stesso. Quello sì che sarebbe stato proprio un grosso tradimento nei confronti di Luca.

Io amo i preliminari, amo il sesso orale e anzi amo più farlo che riceverlo, ma non me la sentivo, non mi fidavo, era la prima volta…

- No, ti prego – gli dissi.

Lui non volle darsi per vinto e se lo tirò fuori, me lo mise praticamente in mano. Era duro, caldo, pulsava. Non era molto largo ma aveva una cappella che sembrava un fungo. Lo guardavo affascinata, mi è sempre piaciuto tenere il cazzo in mano e segarlo. Iniziai lentamente a fare su e giù con la mano e in quell’istante avvertii la mia fica schiudersi, iniziare a colare sempre di più.

Dopo un po’ lui prese ad ansimare e cercò un paio di volte di afferrarmi la nuca per spingermi giù la testa. Stava perdendo ogni freno.

- Forza, zoccola, succhiami il cazzo, non ti piace succhiare cazzi?

Io resistevo e solo una volta gli diedi l’illusione di cedere, chinandomi verso il glande per lasciarci cadere una bella dose di saliva. Con quella, la sega mi veniva decisamente meglio.

Più mi ansimava contro “sei una puttana” più mi eccitavo, mi piaceva sapere che lo pensasse davvero. Più mi concentravo sulla cappella e sulla base più mi eccitavo. Più guardavo quel grosso fungo vermiglio scoprirsi e richiudersi più mi eccitavo. E soprattutto, con mia grande sorpresa, mi trovai a eccitarmi pensando che Luca non avrebbe mai potuto immaginare ciò che stavo facendo in quel momento.

Mi eccitai a pensare quanto fossi troia in quel momento, lì, con in mano il cazzo di uno sconosciuto.

Avevo un ragazzo nella mia mano, esercitavo su di lui tutto il mio potere. Ero io a decidere il ritmo del suo piacere. E avevo un altro ragazzo, da qualche altra parte, nei confronti del quale (diciamo pure contro il quale) esercitavo la mia volontà. La mia volontà di essere fedifraga, di tradirlo, di essere puttana.

Seppi fermarmi in tempo, però. Sì, naturalmente, nella mia mente passò l’immagine di me ripiegata su quel cazzo mentre lo imboccavo, lo spompinavo e me lo lasciavo esplodere in bocca. Così come ebbi in un flash sempre l’immagine di me stessa ma messa a smorzacandela su di lui, urlante sotto le spinte di quello stesso cazzo. Ma non ci fu nulla di tutto questo.

Finì improvvisamente. Mi disse “Roberta sei una troia, sei una troia” e non mi lasciò nemmeno il tempo di rispondere “sì, una grandissima troia” che mi esplose in mano, lanciando un paio di schizzi altissimi che si andarono a infrangere sul tettuccio della macchina, sui suoi pantaloni, sui miei…

Ci ritrovammo solo alla fine, in macchina, con le mie amiche, viaggiando verso casa. Ognuna di noi voleva sapere cosa avessero combinato le altre. Paoletta a parte, che lo sapevamo tutte che era rimasta tutta la sera a chiacchierare con un tipo del gruppo. Il più timido, probabilmente il più sfigato.

Nessuna però voleva scoprire le carte. Qualcuna, e parlo per me, non voleva ammettere di avere tradito il proprio ragazzo, qualcuna perché temeva di avere fatto meno di quanto fosse possibile, di avere perso un’occasione.

Fu proprio per questo che la prima a “confessare” fui io.

- Vabbè, ragazze, io gli ho fatto una sega… - dissi.

- Solo una sega? – chiese Giovanna.

- Solo una sega – risposi io. Senza aggiungere che per me avere un cazzo in mano è una delle cose più eccitanti del mondo.

- Ce l’aveva grosso? – chiese ancora Giovanna.

- Te lo saresti scopato? – domandò Lisa.

Paoletta ci guardava come fossimo tre animali.

- La cappella era proprio grossa – risposi ricordando l’immagine del cazzo che si scappucciava e si ricopriva mentre lo segavo – e se non fosse stato per Luca, stasera… mmm…

Forse non mi ero mai sentita così sporca, in vita mia. Ma il ricordo della mano stretta intorno a quel cazzo bollente mi aveva fatto bagnare di nuovo.

- Il mio si è messo al tappeto da solo, sto coglione, ha bevuto troppo… ma un pompino gliel’avrei fatto – confessò Lisa arrossendo e ridacchiando, e io rimpiansi in quel momento di non avere appoggiato la bocca su quel glande così grosso.

Fu all’improvviso, mentre viaggiavamo in silenzio da alcuni minuti, che Giovanna esplose:

- Mi ha portata nel cesso degli uomini e mi ha scopata….

- Co-ooosaaaa? – reagì Lisa, quasi sbandando al volante.

Paoletta la guardò schifata, io non dissi nulla. Che Giovanna, allora come adesso, sia una zoccola fatta e finita è noto a tutti.

- Cazzo sì, ne avevo proprio bisogno… Sono stata una matta, non aveva nemmeno il preservativo… ma quanta me ne ha schizzata dentro non potete nemmeno immaginare!

Arrivammo quasi subito sotto casa mia, salutai velocemente le mie amiche. Ero sconvolta, dopo quello che ci aveva raccontato Giovanna ero un lago tra le gambe.

Entrai nell’ascensore e mi appoggiai alla parete, arrestandone dopo un po’ la corsa tra due piani. Mi infilai una mano nei pantaloni, sotto il perizoma, raggiunsi il grilletto. Mi sentivo gonfia, viscida, aperta, pronta per essere montata. Cercai di ricordare quel cazzo che avevo da poco segato, la sua consistenza, il suo calore, l’odore di maschio. Immaginai di essere posseduta così, come stavo. In piedi, a gambe larghe. Violata da quella cappella così grossa mentre gli dicevo di scoparmi come una puttana. Non pensavo nemmeno più a che faccia avesse il ragazzo, pensavo solo al suo arnese. Fui scossa da un brivido fortissimo e nell’esatto istante in cui venni mi infilai due dita dentro cercando di non urlare ma ripetendo tra me e me: “fottimi”.

Era quasi l’alba. Non sapevo ancora che quello sarebbe stato il mio punto di svolta. Provai del senso di colpa nei confronti di Luca, per qualche giorno. Poi quel senso di colpa svanì e si fece strada dentro di me il desiderio di rifarlo, di tradire ancora il mio fidanzato.

Lo feci una volta, poi un’altra. Con sempre meno sensi di colpa e sempre più soddisfazione. Anzi, farlo a sua insaputa è parte della soddisfazione. L’ho fatto anche con il suo migliore amico. Ad altri uomini ho fatto seghe, pompini, ho dato la fica e mi sono anche fatta scopare il culo. Non mi basta mai.

E pensare che tutto è cominciato con un piccolo tradimento, una sega in discoteca…
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